Il 29 settembre la Casa Bianca ha lanciato America.gov: una casella di chat, niente login, e dietro l’indice di 29.000 siti federali. Chiedi come rinnovare il passaporto o cambiare indirizzo, ti risponde un modello linguistico con i link alle fonti ufficiali. È un progetto discutibile per molte ragioni, e le vedremo. Ma guardarlo dall’Italia fa un effetto preciso: non ci fa vedere il futuro, ci fa vedere quanto siamo rimasti fermi.
Cosa è davvero America.gov
Tolto il marketing, America.gov oggi è un chatbot che smista. Lo ha costruito il National Design Studio guidato da Joe Gebbia, cofondatore di Airbnb, lo gestisce la General Services Administration, e sotto il cofano girano Gemini di Google e Grok di xAI. Le funzioni vere — compilare moduli, rinnovare documenti, cambiare nome su più agenzie in un colpo solo — sono tutte marcate “in arrivo nel 2027”. Per ora ti dice dove andare.
I problemi si sono visti in poche ore. Il giorno del lancio il bot ha risposto che Joe Biden ha vinto le elezioni del 2020, contraddicendo il presidente che lo presentava sul palco; poco dopo ha smesso di rispondere alle domande politiche. La privacy policy promette accordi di zero data retention con i fornitori e cache di due ore per hash del prompt, ma prevede anche l’invio della posizione approssimativa ai provider AI, mentre la Casa Bianca giurava a The Register che nessun messaggio arriva a Gemini o Grok. E l’anno prossimo, quando il portale gestirà passaporti e assicurazioni sanitarie, quei dati diventeranno molto più sensibili.
Da un punto di vista privacy, mettere due modelli di Big Tech come porta d’ingresso allo Stato è una pessima idea. Il cittadino non sceglie il fornitore, non vede il modello, non può verificare cosa viene trattenuto. Non è un esempio da copiare.
Il punto che interessa a noi: cosa c’è sotto
Eppure America.gov è possibile per una ragione che non ha niente a che fare con l’intelligenza artificiale. Un chatbot può rispondere su 29.000 siti solo se quei siti esistono in forma strutturata, indicizzabile, coerente, e se esiste un soggetto con il mandato di aggregarli. Il Regno Unito ha costruito quella base nel 2012 con GOV.UK, un dominio unico che ha assorbito centinaia di portali ministeriali. Gli Stati Uniti hanno usa.gov dai primi anni Duemila e login.gov dal 2017. L’AI è l’ultimo piano di un edificio le cui fondamenta sono state gettate un decennio fa.
Adesso proviamo a immaginare la stessa operazione in Italia. Un chatbot che risponda “come faccio a cambiare residenza?” dovrebbe leggere il sito del tuo Comune — uno dei quasi ottomila, ciascuno con il suo CMS, la sua modulistica in PDF scansionato e i suoi orari dello sportello — più quelli di INPS, Agenzia delle Entrate, Motorizzazione, ASL e Regione. Non esiste un dominio unico. Non esiste un modello di contenuto comune applicato davvero. Non c’è niente da indicizzare, se non un arcipelago.
Per questo la nostra valutazione è netta: sul piano dell’architettura dei servizi, la PA italiana è indietro di sette-otto anni rispetto a chi oggi può permettersi un America.gov. Non perché manchino i singoli pezzi, ma perché non sono mai stati messi insieme.
Sette-otto anni, in concreto
Guardiamo le date, non gli slogan.
L’identità digitale è doppia da dieci anni. SPID e CIE sono nati entrambi nel 2016. Nel 2026 convivono ancora, con il governo che spinge la CIE e Poste che da gennaio chiede 6 euro l’anno per rinnovare uno SPID usato da oltre 24 milioni di persone. Due sistemi paralleli per la stessa funzione non sono pluralismo: sono una transizione mai finita.
L’anagrafe unica è arrivata ieri. ANPR, il registro nazionale della popolazione — la base di qualunque servizio proattivo — ha completato il subentro di tutti i Comuni solo tra il 2021 e il 2022. Senza un’anagrafe unica non puoi nemmeno pensare a “cambia l’indirizzo una volta, vale ovunque”, che è esattamente la promessa di America.gov.
La PEC è un fossile del 2005. Un sistema di posta certificata che esiste di fatto solo in Italia, su cui poggiano ancora notifiche, ricorsi e comunicazioni tra enti. Lo abbiamo visto due settimane fa: una casella PEC della Prefettura di Reggio Calabria, con credenziali finite nei log degli infostealer, è bastata a estrarre i dossier di 680 clienti Revolut. Nessuna autenticazione a due fattori, nessuna verifica del mittente reale. Uno strumento nato per dare valore legale alle email è diventato una chiave universale.
Le competenze non ci sono. Secondo il Digital Decade 2025 della Commissione europea, solo il 45,8% degli italiani ha competenze digitali di base, contro il 55,6% della media UE, e la carenza di specialisti ICT è definita “debolezza strutturale”.
E i soldi stanno finendo. Il rapporto 2026 della Commissione registra che l’88% delle misure della roadmap digitale italiana scade entro la fine di quest’anno, insieme al PNRR. Bruxelles scrive che i nostri servizi pubblici digitali sono “ben sviluppati”, ed è vero se li misuri uno per uno: il Fascicolo sanitario funziona, pagoPA ha superato i 448 milioni di transazioni nel 2025, l’app IO esiste. Ma misurare i singoli servizi nasconde il punto: il cittadino deve ancora sapere a quale ente rivolgersi. È questo il lavoro che America.gov prova a togliere, ed è quello che in Italia nessuno ha mai tolto.
Cosa dovremmo pretendere (e cosa no)
Non vogliamo un America.gov italiano. Non vogliamo che Gemini o Grok — o qualunque modello proprietario — diventino l’interfaccia obbligata tra noi e lo Stato. Vogliamo le fondamenta su cui un servizio del genere, un giorno, potrebbe essere costruito in modo rispettoso:
- Un dominio unico e un modello di contenuto vincolante per tutti gli enti, non linee guida facoltative.
- Un’unica identità digitale, pubblica e gratuita, con un calendario di migrazione vero.
- La fine della PEC come canale privilegiato, sostituita da notifiche su canali autenticati con 2FA obbligatoria.
- Dati e API aperti, così che chiunque — anche un’associazione, anche un modello open source ospitato in Europa — possa costruire strumenti di orientamento senza passare da un fornitore unico.
Nel frattempo, per il lettore: attiva la CIE con PIN se non l’hai già fatto, perché è gratuita e non dipende da un provider privato; verifica il tuo domicilio digitale su INAD; e tratta ogni PEC che chiede dati o pagamenti con la stessa diffidenza di un SMS sconosciuto. Una PEC valida dimostra solo che la casella esiste, non chi la sta usando.
Conclusione
America.gov non è il modello da imitare: è un chatbot di Big Tech montato sopra uno Stato che, a differenza del nostro, aveva già messo ordine in casa. Il nostro ritardo non si misura in modelli linguistici ma in scelte mai prese: un’identità, un dominio, un canale sicuro. Finché la PA italiana resterà un arcipelago di siti, PEC e PDF, ogni promessa di “intelligenza artificiale al servizio del cittadino” sarà solo una chat davanti a una coda allo sportello. Prima l’ordine, poi l’intelligenza — e possibilmente un’intelligenza che non appartenga a qualcun altro.
Fonti:
- America.gov is live. Here’s everything to know about Trump’s new AI website — Axios
- Trump launches America.gov with AI chatbots at its core — The Register
- New AI-powered government website uses Gemini, Grok, Trump official Gebbia says — CNBC
- What to know about America.gov — CNN
- Trump’s New AI Website Says Biden Won 2020 Election — Then Stops Answering — TheWrap
- Italy’s 2026 Digital Decade Country Report — Commissione europea
- Italy 2025 Digital Decade Country Report — Commissione europea
- SPID Poste a pagamento dal 2026 — Informazione Fiscale
- App IO aggiunge Google Pay per gli avvisi pagoPA — TuttoAndroid
- Revolut, una PEC rubata e 680 dossier — DataSapiens