Sette applicazioni ispirate a Photoshop, Illustrator, Premiere, Lightroom, Acrobat, After Effects e InDesign, scritte in Rust da una sola persona con un modello di intelligenza artificiale. Si chiama ArtCraft, è gratuita e il codice sta su GitHub. Non è pronta, e lo dice per primo chi l’ha scritta. Il segnale però è chiaro: il fossato tra software libero e software in abbonamento si sta riempiendo, e a riempirlo è il vibe coding.


Cosa ha fatto davvero Brandon Thomas

Il 7 ottobre 2026 Gizmodo ha raccontato la storia di Brandon Thomas, sviluppatore di Atlanta che su Reddit si presenta come «15-year industry veteran». Ha pubblicato sette app sotto il marchio Artcraft: Photocraft, Vectorcraft, Filmcraft, Lightcraft, Printcraft, Effectcraft e Designcraft. Ognuna ricalca un programma Adobe. Il modello usato è Claude Opus 5.5. Photocraft è uscito la settimana prima dell’articolo.

Thomas non promette più di quello che ha. Su Hacker News ha scritto che le app sono in alpha e «not anywhere close to ready». Invita altri sviluppatori a contribuire e promette di pagare dei bug bounty. Il giornalista di Gizmodo ha provato Photocraft: sembra un Photoshop vero, con gli strumenti dove te li aspetti. Però la funzione Free Transform si inceppa e a volte si annulla da sola. In sintesi: promettente, non ancora affidabile.

Il contesto spiega l’entusiasmo. Gizmodo ricorda che nel 2026 Adobe ha accettato un accordo da 150 milioni di dollari. Era stata citata in una causa federale del 2024 sulle sue pratiche di abbonamento. Quando l’utente si sente in trappola, ogni alternativa credibile fa notizia.


Open source, ma con un asterisco

Qui la precisione conta. Il sito ufficiale presenta ArtCraft come studio open source per immagini e video con IA, disponibile per macOS, Windows e web. Il repository principale, storytold/artcraft, si definisce «The IDE for artists». Ha 6,3 mila stelle e 828 fork, e offre un catalogo di 62 modelli tra cui Midjourney, Sora e Grok.

La licenza di quel repository si chiama però «ArtCraft License (WIP)»: è fair source e non è approvata dall’OSI. L’uso è gratuito, puoi modificare il codice per uso personale e quello che generi è tuo. Non puoi rivenderlo, usarlo per un prodotto concorrente o fare un fork che tolga i link a community, donazioni e servizi a pagamento. C’è anche un impegno interessante: se l’azienda chiude, il software passerà a una licenza approvata dall’OSI.

Quindi «open source» in senso stretto è impreciso. Il codice è aperto e leggibile, ma la libertà non è piena. Per chi usa il programma cambia poco. Per chi vuole costruirci sopra un’attività cambia tutto.


Perché l’IA è una buona notizia per il software libero

Il termine vibe coding l’ha coniato Andrej Karpathy nel febbraio 2025. Descriveva un modo di programmare in cui ti affidi all’IA fino a «forget that the code even exists». Il 6 novembre 2025 il dizionario Collins l’ha scelta come parola dell’anno. In pochi mesi è passata da battuta a fenomeno culturale.

Il motivo è semplice. Al software libero non è mai mancato il talento: sono mancate le ore di lavoro. Inseguire un’azienda con interi reparti di ingegneria richiede un tempo che i volontari non hanno. Un modello che scrive il codice ripetitivo, trasforma un’interfaccia nota in codice funzionante e accelera i prototipi cambia questo calcolo. Uno sviluppatore esperto lavora come un piccolo team.

Anche Cyber Security 360, nella sua analisi critica, riconosce i vantaggi: prototipi rapidi, meno codice ripetitivo, più accessibilità. Non è poco. Il divario con il software proprietario non si chiude per decreto ma un commit alla volta, e oggi ogni commit costa meno.


I rischi, senza fare drammi

Il rovescio della medaglia esiste e si può misurare. Uno studio su arXiv di Deng, Fan e Meng ha raccolto 9.041 app open source scritte in vibe coding e ne ha analizzate 200. Ha trovato 1.186 vulnerabilità. Il 91% delle app analizzate ha almeno una falla, e il 65,77% delle falle è di gravità Critical o High. È un preprint, non ancora sottoposto a revisione paritaria.

Il benchmark SusVibes va nella stessa direzione. Su 200 compiti presi da progetti reali, SWE-Agent con Claude 4 Sonnet ha prodotto il 61% di soluzioni funzionanti, ma solo il 10,5% era anche sicuro. Aggiungere al prompt avvisi sulle vulnerabilità non è bastato.

Cyber Security 360 completa il quadro: debito tecnico, automation bias, SQL injection e XSS, dipendenze compromesse, allucinazioni, fughe di dati, dubbi su licenze e proprietà intellettuale, agenti con troppi permessi.

Questi numeri però vanno letti bene. Dicono che il codice generato non è sicuro di partenza, non che il vibe coding vada abbandonato. Lo stesso studio su arXiv rileva che prompt e strumenti migliori riducono il rischio. Il problema non è l’IA che scrive codice: è l’umano che smette di leggerlo. E il rischio va pesato sul contesto. Un’app che gestisce dati di altri richiede una revisione molto più seria di un tool personale.


Cosa puoi fare tu, concretamente

Prova, ma in un recinto. Un software in alpha si testa su file di cui hai una copia, non sul lavoro da consegnare domani.

Leggi la licenza prima di costruirci sopra. Se vuoi solo usarlo, il fair source va benissimo. Se ci pensi per un’attività, controlla cosa ti è permesso.

Contribuisci. Una segnalazione di bug ben scritta vale quanto una riga di codice. Thomas offre bug bounty: chi sa testare ha un ruolo.

Se il vibe coding lo fai tu, verifica. Chi viene da Bitcoin conosce già la regola: don’t trust, verify. Fai rileggere il codice e usa strumenti di analisi statica. Controlla le dipendenze, dai all’agente solo i permessi necessari e non lasciare segreti nel repository.

Commisura i controlli al rischio. Uno script personale ne richiede pochi. Un software che tratta dati di altri richiede una revisione seria.


Conclusione

ArtCraft non sostituirà Photoshop domani, e chi l’ha scritta non lo pretende. Dimostra però che una persona competente, con un modello di IA, può costruire in poco tempo un’alternativa che prima avrebbe richiesto un’azienda intera. Questo sposta potere dagli abbonamenti a chi scrive, legge e condivide codice. Il vibe coding non è magia e non è una minaccia: è una leva. Funziona bene in mano a chi controlla ancora dove la appoggia.


Fonti: