Una risposta a “Italy’s Bitcoin Problem” di Joe Nakamoto
Qualche settimana fa un video molto visto di Joe Nakamoto ha girato l’Italia bitcoiner in lungo e in largo — da Brescia a Torino — per rispondere a una domanda semplice: l’Italia ha un problema con Bitcoin? La sua tesi, costruita sulla mappa della “Blue Banana” del geografo Roger Brunet, è affascinante quanto, credo, incompleta: tutto si spiegherebbe principalmente con l’inglese. Solo il 13,6% degli italiani lo parla bene, contro il 91% degli olandesi, e questo spiegherebbe perché l’Italia sia rimasta ai margini di una rivoluzione finanziaria che ha invece attecchito lungo tutta la storica fascia industriale europea.
È una spiegazione elegante. Ma avendo contribuito io stesso a fondare una delle prime community Bitcoin italiane, a Bologna, e avendo osservato da vicino tre ecosistemi radicalmente diversi fra loro — Bologna, Torino e Milano — credo che Joe abbia scambiato un sintomo per una causa. Il problema non è che gli italiani non capiscono l’inglese. È, come accennava il ragazzo di Blox, che per almeno tre generazioni non hanno mai imparato a maneggiare il denaro, a rischiare, a investire — e quando qualcuno ha provato a farlo, spesso gli è stato insegnato a vergognarsene.
Non è una questione di lingua, è una questione di cultura
Prima di arrivare ai numeri, vale la pena dire cosa intendo per “tabù del denaro”. Non parlo della capacità di far quadrare un bilancio familiare — su questo, come vedremo, gli italiani se la cavano persino meglio di altri. Parlo di qualcosa di più specifico e più grave: l’idea, trasmessa da scuola, famiglia e discorso pubblico, che investire — comprare un’azione, rischiare capitale, costruire impresa, e oggi anche detenere un asset come Bitcoin — sia un’attività sospetta, riservata a pochi, se non addirittura moralmente ambigua. Il risparmio va bene. L’investimento no.
Questa distinzione non è casuale: in italiano diciamo “risparmiatori”, non “investitori”, per descrivere chi possiede un patrimonio finanziario. Un economista che ha analizzato le riforme del mercato finanziario italiano ha fatto notare come questa scelta lessicale sia carica di significati culturali: dove un inglese o uno svedese “investe”, un italiano “mette da parte”. Sono due atteggiamenti mentali opposti verso il rischio e verso il futuro.
Mezzo secolo di ostilità verso il mercato
Le radici di questa cultura sono politiche prima ancora che economiche. Il Partito Comunista Italiano è stato, per tutta la Prima Repubblica, il più forte partito comunista dell’Occidente, con una capacità unica di penetrazione culturale ben oltre i propri elettori — basti pensare al fenomeno del cattocomunismo, che ha fatto convergere sull’ostilità al capitalismo anche larghe fette del mondo cattolico. A questo si è affiancata una critica intellettuale, penso a Pasolini, che per anni ha attaccato pubblicamente il consumismo e il capitalismo come corruzione dell’identità popolare italiana. Il risultato è stato un clima culturale — non solo un partito, ma un’intera atmosfera — in cui il profitto, la finanza e il mercato azionario venivano percepiti come qualcosa di estraneo, se non di ostile, ai “veri” valori italiani.
Va detto per onestà che lo statalismo economico italiano non nasce a sinistra: l’IRI, il colosso pubblico che ha controllato per decenni intere filiere industriali, fu fondato dal fascismo nel 1933, e fu poi la Democrazia Cristiana a tenerlo in vita per altri cinquant’anni. Quando negli anni ‘90 si è provato a smontarlo, c’era persino chi, dentro l’IRI stesso, immaginava un futuro di “azionariato molto diffuso” sul modello della popular capitalism di Margaret Thatcher — la stagione in cui Londra trasformò milioni di risparmiatori in azionisti attraverso le privatizzazioni. In Italia quella previsione è rimasta, nelle parole di chi l’aveva formulata, “forse troppo ottimistica”: la nostra “public company diffusa” non si è mai davvero materializzata. Quindi sì: la sinistra ha avuto un ruolo enorme nel rendere il denaro un tabù morale, ma lo ha fatto innestandosi su un impianto statalista che attraversa l’intero arco costituzionale italiano, non un solo colore politico.
Il risultato, comunque prodotto, è nei numeri. Solo il 4,1% degli italiani ha comprato o venduto un’azione almeno una volta nella vita, e la ricchezza delle famiglie investita in azioni quotate vale appena l’1,4% del totale. Meno del 10% delle famiglie italiane possiede azioni direttamente — una percentuale simile a quella tedesca, ma lontanissima dalla cultura azionaria di paesi come la Svezia, dove le cosiddette Folkaktier (“azioni del popolo”) sono un vero e proprio fenomeno identitario nazionale. Uno studio della società fintech Bravo, basato sui dati OCSE/INFE, colloca l’Italia al 32° posto su 39 paesi al mondo per comportamenti finanziari virtuosi, dietro a numerosi paesi africani.
I numeri sull’alfabetizzazione finanziaria — e cosa dicono davvero sugli adulti over 50
Qui arrivo al punto centrale: quanto ne sanno davvero, di economia e finanza, gli adulti nati negli anni ‘40, ‘50 e ‘60 — quelli che oggi hanno tra i 60 e gli 86 anni, e che sono cresciuti in una scuola che non ha mai insegnato loro cosa fosse un’azione o un’obbligazione?
La risposta è più sottile di quanto ci si aspetterebbe, e proprio per questo istruttiva. Sull’alfabetizzazione finanziaria generale (capire l’inflazione, gestire un budget), il punteggio medio degli italiani rilevato dalla Banca d’Italia nell’indagine IACOFI è passato da 10,2 a 10,6 su una scala 0-20 tra il 2020 e il 2023 — un livello comunque bassissimo nel confronto internazionale. E su questa componente generale, uno studio che ha incrociato i dati OCSE nota che la conoscenza cresce con l’età, soprattutto per merito della generazione che ha vissuto sulla propria pelle l’inflazione degli anni ‘70: chi ha fatto la spesa quando i prezzi raddoppiavano ogni anno, l’inflazione la capisce meglio di un ventenne.
Ma appena si passa dal “capire il denaro” al “saperlo investire”, il quadro si ribalta completamente. Un’analisi della Banca d’Italia pubblicata su Menabò di Etica ed Economia è esplicita: serve urgentemente più educazione finanziaria “in particolare tra le classi più anziane, volto soprattutto a far conoscere le diverse possibilità di investimento del proprio risparmio” — una propensione al risparmio che, sottolinea lo studio, è proprio più alta in queste fasce d’età. In altre parole: i sessantenni e gli ottantenni italiani hanno messo via i soldi, hanno fatto esattamente quello che gli è stato insegnato a fare (risparmiare), ma non hanno la più pallida idea di come metterli a rendere. Sanno risparmiare. Non sanno investire. È la distinzione esatta di cui parlavo all’inizio, confermata dai dati di chi la finanza in Italia la studia di mestiere.
Non stupisce che, quando si guarda a chi possiede Bitcoin o altre criptovalute oggi, il quadro sia nettamente sbilanciato verso i giovani: il 64% dei possessori italiani di cripto ha meno di 40 anni, e tra gli over 55 solo il 13% sceglierebbe di accedere alle criptovalute tramite piattaforme dirette, preferendo nettamente affidarsi a un consulente. Non è che i pensionati italiani siano più stupidi o più spaventati dei loro coetanei olandesi o svedesi. È che per tutta la vita nessuno — né la scuola, né il discorso pubblico — ha detto loro che rischiare capitale fosse un’opzione legittima.
Tre città, tre Italie: Bitcoin come cartina di tornasole
Qui lascio parlare l’esperienza diretta, più che le statistiche nazionali — perché su questo non esistono dati aggregati, ma la differenza tra queste tre città racconta qualcosa che nessun sondaggio riesce a catturare.
Bologna. La community che ho contribuito a fondare anni fa si è sviluppata quasi interamente tra persone sopra i 40-50 anni. Persone che arrivavano dal dissenso politico, che avevano deciso di studiare seriamente per cercare una risposta alla situazione economica e politica attuale. Nessuno di chi si è avvicinato ai nostri incontri lo ha fatto per il guadagno: tutti volevano capire meglio la tecnologia e la moneta. Da lì sono nate piccole realtà di divulgazione e insegnamento. Ma i giovani bolognesi — quelli che per stereotipo dovrebbero essere i più ribelli, i più “contro sistema” — si sono seduti sulle proprie convinzioni pregresse e non hanno dato spazio ad approfondire una vera alternativa. Onestamente, è stato deludente.
Torino. Qui l’adozione è avvenuta soprattutto tra i giovani, ed è stata university-driven. Il Politecnico ha avuto la fortuna di avere alcuni professori davvero aperti ad esplorare alternative, sia economiche che tecnologiche. Ne sono nati corsi universitari su Bitcoin genuinamente validi, e una community di ragazzi che ha costruito un ecosistema — tra il gruppo studentesco Bitpolito e lo spazio Blocks in centro città — capace di accompagnare chiunque sia interessato in un percorso serio, sia dal lato tecnico che da quello economico, sempre restando Bitcoin-only.
Milano. Al contrario, nonostante sia la capitale finanziaria d’Italia, una vera community qui ancora non esiste. Ci sono singoli incontri, corsi, lezioni sporadiche — ma se confrontati con quello che è nato a Bologna, e si tiene conto della differenza di dimensione tra le due città, il divario non si giustifica in alcun modo.
Tre città, tre risposte diverse alla stessa domanda culturale: chi si è avvicinato a Bitcoin per capire un’alternativa lo ha fatto o perché arrivava da un percorso di dissenso già maturato altrove (Bologna), o perché ha incontrato un’istituzione — l’università — disposta a legittimare culturalmente l’esplorazione economica (Torino). Dove è mancato l’uno e l’altro innesco, come a Milano, non è bastato il PIL della città a creare una community.
La Banana Blu, ma rovesciata
Per tornare alla mappa di Joe: penso anch’io che quella fascia industriale europea conti ancora, ma non per la lingua che vi si parla. Conta per il gradiente di istruzione economica e digitale che scende da nord a sud — e che è misurabile molto più precisamente del tasso di inglese parlato.
I dati ISTAT più recenti mostrano che le competenze digitali di base riguardano il 51,3% delle persone al Nord, il 49,9% al Centro e appena il 36,1% nel Mezzogiorno. Le regioni in testa alla classifica sono l’Emilia-Romagna e la Provincia di Trento (intorno al 61%); in coda Campania e Calabria, sotto il 43%. È esattamente lo stesso gradiente nord-sud che descrive l’antica Blue Banana — solo che qui non parliamo di scambi commerciali medievali, ma di chi oggi ha gli strumenti concettuali per capire cos’è una chiave privata o un wallet.
Un aggiornamento doveroso: è vero che per decenni l’informatica non è mai stata una materia strutturata alle elementari in Italia — un ritardo storico reale, alla base di buona parte del divario digitale di cui parliamo. Ma le cose si stanno muovendo: il Decreto Ministeriale 221/2025, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 27 gennaio 2026, introduce nuove Indicazioni Nazionali che rendono l’informatica materia obbligatoria e strutturale già dalla scuola dell’infanzia, a partire dall’anno scolastico 2026/2027 — anche se, nella prima fase, sarà integrata dentro matematica, scienze e tecnologia piuttosto che insegnata da un docente dedicato. È un passo nella giusta direzione, arrivato con quarant’anni di ritardo rispetto a quando sarebbe servito — ma il gap che descriviamo in questo articolo comincia, adesso, a essere affrontato istituzionalmente.
Su un punto Joe ha ragione: la politica
Non voglio essere ingeneroso con l’analisi di Joe: quando parla di regolamentazione e pressione fiscale come freno all’imprenditoria italiana, coglie nel segno. Il carico fiscale italiano ha raggiunto il 43,1% del PIL nel 2025, quasi due punti sopra la media dell’Eurozona — il divario più ampio degli ultimi dieci anni. Il 74% degli imprenditori italiani indica la burocrazia come ostacolo grave, otto punti sopra la media UE. E chi decide di investire in criptovalute si trova davanti a un capital gain tassato al 26% nel 2025, salito al 33% dal 2026 — tra le aliquote più alte in Europa sull’asset class.
Non è un caso isolato: è la stessa cultura di cui parlo, tradotta in norma. Uno stato che ha sempre visto con sospetto il capitale privato non poteva che costruire, con il tempo, un sistema fiscale e burocratico pensato per scoraggiarlo, non per farlo fiorire.
Conclusione
Joe Nakamoto ha ragione a dire che l’Italia ha un problema con Bitcoin. Ha torto sulla causa. Non è il 13,6% di italiani che parla inglese a tenerci fuori dalla rivoluzione Bitcoin: è mezzo secolo di scuola che non ha mai insegnato cosa significhi investire, di un discorso pubblico che ha reso il profitto quasi indecente, e di una politica fiscale che continua a punire chi rischia capitale invece di premiarlo. Il divario tra Bologna, Torino e Milano — così come quello tra Nord e Sud — non si misura in vocaboli inglesi imparati, ma in decenni di cultura economica mancata. La buona notizia è che, a differenza della lingua, la cultura si può riscrivere: la riforma scolastica in arrivo è un primo, timido segnale. Tocca a noi, come community, fare la nostra parte.
Un’obiezione onesta, per chi non fosse d’accordo
Intellettualmente onesto è fermarsi anche su ciò che complica questa tesi. Primo: lo statalismo economico italiano, come accennato, nasce sotto il fascismo e viene mantenuto in vita dalla Democrazia Cristiana per decenni — attribuirlo solo “alla sinistra” semplifica una storia più incrociata. Secondo: la scarsa cultura finanziaria non è un’esclusiva italiana. Spagna e Grecia mostrano livelli di alfabetizzazione finanziaria altrettanto bassi pur avendo storie politiche del Novecento molto diverse dalla nostra: forse il fattore comune è più mediterraneo e cattolico che specificamente “di sinistra”. Terzo: anche il divario generazionale nell’adozione di Bitcoin è un fenomeno globale — i boomer investono meno in cripto ovunque nel mondo, non solo in Italia. Resta convincente che il caso italiano abbia una componente politico-culturale specifica e riconoscibile, ma chi vorrà leggere questo pezzo criticamente farà bene a tenere a mente anche questi tre limiti.
Fonti:
- Banca d’Italia — Indagine sull’alfabetizzazione finanziaria degli adulti in Italia, 2023
- Menabò di Etica ed Economia — Il grado di alfabetizzazione finanziaria in Italia
- Il Sole 24 Ore — Failed in debt and loans: Italy at the bottom of the ranking for financial skills
- Gli Stati Generali — O la Borsa o la Vita
- MarketScreener Italia — Perché gli europei non hanno una cultura dei mercati azionari
- ConfrontaConti.it — I numeri del fenomeno cripto in Italia
- BitMat — Le criptovalute tentano gli italiani (sondaggio WisdomTree)
- Tecnica della Scuola / ISTAT — Italia a due velocità: il divario Nord-Sud
- Agenda Digitale — Informatica alla primaria dal 2026/2027: cosa cambia in classe
- Confartigianato — Tax gap Italia/UE: 42,9 miliardi di maggiori tasse su imprese e cittadini
- Rivista Impresa Sociale — L’Italia tra nazionalizzazioni, privatizzazioni e azionariato diffuso